Dal 31 marzo al 3 aprile il Parlamento Europeo sarà chiamato a un voto decisivo per il futuro dell’industria automobilistica e dell’intera filiera europea. Al centro del dibattito, la conferma – o il superamento – della data del 2035 come termine per la produzione di motori termici. Un termine che, se mantenuto senza correttivi, rischia di provocare conseguenze drammatiche per milioni di lavoratori e lavoratrici del comparto.
Come AQCF-R esprimiamo forte preoccupazione per l’indirizzo preso finora dalle istituzioni europee, che rischia di rendere ideologica una transizione che dovrebbe invece essere concreta, realistica e socialmente sostenibile.
Il fronte a favore della neutralità tecnologica – che comprende costruttori, lavoratori dell’indotto, territori industriali e ora anche alcuni governi nazionali – pur sostenendo la necessità della decarbonizzazione, propone un percorso più razionale: lasciare aperte tutte le strade tecnologiche, bio-carburanti, idrogeno, ibrido avanzato, e-fuels, evitando un’elettrificazione forzata e a tappe imposte.
La Commissione Europea, col nuovo Auto Action Plan del 5 marzo, ha solo parzialmente risolto la
questione delle multe per gli obiettivi 2025 sulle vendite di auto elettriche, posticipando le scadenze di tre anni. Ma il tema chiave – la revisione del regolamento sul phase-out dei motori termici – resta ancora sospeso, e sarà oggetto del confronto imminente a Strasburgo.
Perché chiediamo un cambio di rotta:
- il mantenimento rigido del 2035 metterebbe fuori mercato l’Europa rispetto a Usa e Asia, dove i motori termici resteranno in uso;
- senza un mercato interno europeo, i costi di sviluppo dei carburanti alternativi resteranno troppo alti;
per settori strategici come trasporto pesante, marittimo e aereo; - una transizione così rapida colpirebbe pesantemente l’occupazione: l’industria automotive vale oggi il 7% del pil Ue, con oltre 15 milioni di lavoratori coinvolti lungo tutta la filiera;
- Le Regioni dell’Automotive (Ara) – tra cui Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Baviera e Catalogna – sono state le uniche a muoversi attivamente a Bruxelles. È ora che anche i governi nazionali si assumano la propria responsabilità.
In gioco c’è molto più che una semplice data, c’è il modello di sviluppo europeo, il destino dei territori industriali e la tenuta sociale della transizione verde.
Non si tratta di fermare la transizione ecologica ma di guidarla con intelligenza e equità sociale.
Chiediamo al Parlamento Europeo che detiene la chiave dell’equilibrio politico, di assumersi la responsabilità storica di favorire un compromesso basato sulla neutralità tecnologica, permettendo al mercato, alla ricerca e all’innovazione di trovare le soluzioni più efficaci per decarbonizzare l’Europa senza distruggere il suo tessuto industriale.
Il tempo è scaduto. La transizione non può essere una condanna per i lavoratori: deve essere una nuova promessa di futuro.