In occasione del tavolo di confronto ad alto livello sul Green Deal Automotive presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Segretario Generale di Aqcf-r, Giovanni Serra, ha lanciato un duro monito sul futuro della filiera automotive italiana ed europea, sottolineando come la fase attuale imponga scelte immediate e un’assunzione chiara di responsabilità da parte delle istituzioni europee.
“I numeri non mentono: nel 2025 la produzione di veicoli in Italia è scesa ai minimi dal 1954. Siamo tornati indietro di settant’anni – ha esordito Serra. Non si tratta di semplici statistiche, ma di un allarme industriale. Mentre la produzione nazionale ed europea arretra, i brand cinesi hanno raddoppiato la loro quota di mercato in un solo anno, raggiungendo il 6,3 percento: non è più una minaccia futura, ma una realtà già consolidata. Alla base di questo crollo vi è la crisi strutturale del mercato europeo dell’auto. Per produrre auto bisogna venderle – ha proseguito Serra – e il mercato europeo è stagnante, in alcuni paesi addirittura in declino”.
Le stime indicano che nel 2030 le immatricolazioni resteranno ben al di sotto dei livelli del 2019, mentre i costruttori cinesi potrebbero conquistare fino al 12% del mercato europeo.
Secondo Aqcf-r questa situazione evidenzia un’anomalia senza precedenti: il mercato europeo dell’auto è l’unico al mondo in cui il legislatore orienta in modo decisivo i volumi di vendita, incidendo direttamente sulle scelte industriali e sugli investimenti produttivi. La crisi è quindi anche il risultato di precise scelte regolatorie.
Aqcf-r ha ringraziato il Governo per aver promosso il tavolo di confronto e per l’azione svolta in sede europea attraverso il Non-Paper che ha contribuito a far emergere una linea più pragmatica e condivisa tra un numero crescente di stati membri. E in questo contsto accoglie con favore le parole del ministro Adolfo Urso che ha dichiarato “Questa non è la battaglia di un governo ma la battaglia di un paese industriale”.
“Ma oggi l’onere di agire non è più dei Governi nazionali: è interamente in capo alla Commissione Europea che ha definito l’attuale impianto regolatorio e deve assumersi fino in fondo la responsabilità politica, industriale ed economica delle proprie scelte” – ha evidenziato Serra.
Pur accogliendo con favore la recente revisione Ue che ha ridotto dal 100 al 90% il target di riduzione delle emissioni al 2035, Aqcf-r la considera solo una prima breccia, ancora largamente insufficiente rispetto alla profondità della crisi industriale in atto.
“Non bastano aggiustamenti marginali – ha proseguito il Segretario Generale di Aqcf-r – servono correzioni strutturali, capaci di incidere realmente su produzione, occupazione e competitività dell’industria europea. In questa fase ogni euro pubblico speso male è un danno nazionale”.
È inaccettabile che strumenti come Transizione 5.0 o il sistema degli incentivi trattino allo stesso modo chi produce realmente e chi si limita ad assemblare componenti.
I benefici fiscali devono essere riservati ai costruttori che mantengono in Italia l’intero ciclo industriale: progettazione, sperimentazione e produzione.
Difendere il ‘cervello’ dell’auto – ingegneria e design – è l’unico modo per evitare una deindustrializzazione mascherata e la diffusione della cacciavite economy.
Aqcf-r giudica inoltre incoerente limitare al solo 3% il contributo dei carburanti rinnovabili nel raggiungimento dei target di riduzione della CO₂ al 2035: bio-carburanti, e-fuel e idrogeno sono le uniche leve immediatamente disponibili per decarbonizzare senza distruggere la filiera industriale e le infrastrutture esistenti.
“L’allarme si estende anche al comparto dei veicoli pesanti (Hdv). Uno scenario che punta quasi esclusivamente sul camion elettrico è irrealistico per il trasporto merci e la logistica. Serve una revisione del Regolamento Hdv pragmatica, tecnologicamente neutra e compatibile con la realtà economica delle imprese”.
“L’Unione Europea ha definito un impianto regolatorio che individua nel 2035 una scadenza rigida e vincolante, assumendo il rischio di auto-somministrarsi un veleno normativo capace di comprimere la capacità produttiva e gli investimenti industriali del continente, mentre l’antidoto viene di fatto lasciato nelle mani dei principali concorrenti globali, a partire dalla Cina – ha dichiarato in conclusione Serra. Oggi la responsabilità di intervenire con una correzione sostanziale è chiaramente in capo alla Commissione Europea. Il tempo utile per agire è ormai limitato: senza un cambio di rotta, il rischio concreto è una perdita strutturale di capacità industriale, di occupazione qualificata e della tenuta sociale dei territori, con effetti duraturi sull’economia europea”.






















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